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La tradizione d'Abruzzo in tavola.
La storia da sempre è maestra di vita: leggete cosa dicevano i romani dell'olio d'oliva.
Gli autori latini che trattano l'agricoltura sono prodighi di consigli su come produrre l'olio. Nulla è lasciato al caso: dalle varietà più adatte alla potatura, ai sistemi di raccolta, fino alle tecniche di frangitura. Plinio e Columella, per citare solo alcune fonti, censiscono dieci varietà diverse di olivi, e l'olio viene classificato in cinque categorie:
Erano particolarmente rinomati l'olio verde di Venafro e quello della Liburnia in Istria; pessimo era considerato l'olio africano che veniva usato esclusivamente per l'illuminazione. Non mancavano allora, come oggi, le contraffazioni, se dobbiamo credere ad una ricetta di Apicio che insegnava a contraffare l'olio della Liburnia utilizzando un prodotto spagnolo.
Come vedete, dopo duemila anni nulla è cambiato! Già i romani sapevano che l'olio migliore si ottiene dalle olive verdi o appena invaiate.
Con il tempo abbiamo imparato che ogni varietà ha un'invaiatura differente. Ad esempio la nostra amata Dritta mostra segni evidentissimi cominciando prima a ingiallire e poi a colorarsi.
Alcune varietà danno buone performance anche con olive più mature, come la Castiglionese: se presa verde dà un olio con sentori erbacei e mandorla fresca (piccante lungo e piacevole), mentre matura regala sentori di frutti di bosco e lampone.
Tuttavia, quasi tutte le altre varietà hanno un "breve periodo magico" tra il verde e l'invaiatura, scadendo poi in oli più stanchi.
Chi coltiva il Leccino deve assolutamente sapere che si può ottenere un ottimo olio se e solo se vi decidete a raccoglierlo verde, accettando rese inferiori (intorno al 10%). Se vi ostinate a farlo maturare per avere più resa, otterrete un olio che nasce già vecchio. Inoltre, essendo a polpa morbida, è facilmente attaccabile dalla mosca: chi tarda ottiene solo il Cibarium di cui parlava Columella!
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